Ci sono momenti in cui una parte di noi sembra andare in una direzione, mentre un’altra fa esattamente il contrario.
Decisioni prese e poi rimandate.
Movimenti iniziati e subito interrotti.
Intenzioni chiare che si dissolvono nel momento in cui dovrebbero diventare azione.
Questi comportamenti vengono spesso chiamati autosabotaggi.
Ma cosa succede davvero quando emergono?
In questo articolo proponiamo una lettura diversa:
non come errore personale, non come difesa, ma come segnale che il sistema ha perso coerenza.
Cosa intendiamo davvero per autosabotaggio
Nel linguaggio comune, autosabotaggio significa “andare contro se stessi”.
Questa definizione, però, crea subito un conflitto interno:
una parte che vuole e una parte che ostacola.
Dal punto di vista dell’ascolto corporeo, non c’è un nemico interno.
C’è un sistema che non è più unitario.
L’autosabotaggio non è un atto volontario.
È l’effetto visibile di una frammentazione.
Quando le parti non vanno nella stessa direzione
Un sistema coerente si muove con continuità.
Un sistema frammentato invia segnali contraddittori.
Questo può emergere come:
- blocco improvviso
- rinvio continuo
- difficoltà a portare avanti ciò che è stato scelto
Non perché manchi la volontà,
ma perché le parti non stanno collaborando.
Il segnale non va combattuto.
Va osservato come indicatore di disallineamento.
Perché forzare peggiora la frammentazione
Di fronte a un blocco, la risposta più comune è forzare:
motivarsi di più, spingere, insistere.
Ma quando un sistema è frammentato, la spinta aumenta la distanza tra le parti.
Una accelera.
L’altra si irrigidisce.
Il risultato è più tensione, non più movimento.
La coerenza non nasce dalla pressione,
ma dalla ricomposizione.
Autosabotaggio e perdita di unità
Un’immagine utile è quella di un gruppo che deve muoversi insieme.
Se ognuno segue una direzione diversa, il gruppo si ferma.
Non perché qualcuno sia contro,
ma perché manca un orientamento comune.
L’autosabotaggio segnala proprio questo:
la perdita di un centro condiviso nel sistema
Osservare senza giudicare
Uno degli aspetti più delicati è il giudizio.
Quando compare un autosabotaggio, spesso arriva anche una narrazione interna dura:
“non sono costante”,
“non ce la faccio”,
“c’è qualcosa che non va in me”.
Queste letture aggiungono frammentazione alla frammentazione.
Osservare senza giudicare, invece, crea spazio.
E nello spazio può emergere una nuova integrazione.
La coerenza come stato naturale del sistema
Un sistema non ha bisogno di essere corretto per tornare coerente.
Ha bisogno di condizioni che permettano alle parti di riallinearsi.
La coerenza non è uno sforzo.
È uno stato che emerge quando il rumore si abbassa.
In questo senso, l’autosabotaggio non è il problema finale,
ma un segnale intermedio.
Il ruolo della Kinesiologia Sistematica
La Kinesiologia Sistematica lavora proprio su questi segnali:
non per eliminarli, ma per leggerli nel contesto del sistema.
L’ascolto corporeo permette di osservare:
- dove il sistema ha perso unità
- quali parti non comunicano
- cosa impedisce il movimento coerente
Senza diagnosi.
Senza interpretazioni rigide.
Senza forzature.
L’autosabotaggio non è un nemico da sconfiggere.
Non è nemmeno una protezione da giustificare.
È un segnale che qualcosa, nel sistema, ha perso coerenza.
Quando questo segnale viene osservato senza giudizio,
diventa una possibilità di riallineamento,
non una colpa da portare.
Osservare questi segnali come indicatori di coerenza può aprire uno spazio di ascolto più chiaro, anche nel contesto quotidiano di Desio e del territorio.


